Blockchain cibernetica

Blockchain platform: quando la fiducia diventa globale

Ci siamo: è arrivato il momento in cui i bitcoin non interessano più. Grazie al fatto che il loro valore si è più che dimezzato nel volgere di pochi mesi, facendo dileguare tutti coloro che si erano avvicinati a questo mondo solo con intenti speculativi, si può tornare a parlare di Blockchain con toni più pacati. Quali frangenti, dunque, verranno rivoluzionati da questa innovazione tecnologica?

Uno dei possibili campi di applicazione, abbastanza consolidato e considerato ormai maturo, è quello dei “servizi di notarizzazione”. In questo articolo cercheremo di spiegare, come sempre e soprattutto per i “non addetti ai lavori”, cosa si intende per “notarizzazione di un documento utilizzando la Blockchain”.

Per notarizzazione (o “legalizzazione”) di un documento, si intende il procedimento con il quale vengono attestate l’originalità (il documento in esame è perfettamente corrispondente all’originale) e l’esistenza ad una certa data e ora (“timestamp”) del documento stesso. Col sopravanzare del tempo le organizzazioni sociali (Stati, Gruppi di imprese) hanno assegnato ad “intermediari” (i notai, le banche, gli uffici che gestiscono registri pubblici) il compito di svolgere questi processi di notarizzazione. Gli stessi svolgono questa attività in ragione della loro affidabilità: è solo grazie al rapporto di fiducia con le organizzazioni sociali se il compito risulta possibile. La maggior parte di questi servizi di notarizzazione si basa su registri che attestano, in modo immodificabile e irripudiabile, l’esistenza di transazioni avvenute in un certo momento fra due controparti.

Oggi, ogni intermediario può essere indotto in alcuni casi a “truccare” il registro, perché i suoi incentivi sono di norma allineati ai suoi interessi e non agli interessi di tutto il sistema. Truccare il registro, per chi lo mantiene e ne cura la custodia, non è tecnicamente difficile. Se e quando gli altri soggetti, o gli Enti regolatori e di controllo, scoprono che un registro è stato alterato, inizia il processo di erosione della fiducia: erosione che porterà nel sistema maggiori controlli per impedire ulteriori alterazioni del registro. Questi controlli concorrono ad aumentare la complessità nella gestione del registro e questo, nel tempo, rende il sistema intrinsecamente meno sicuro. Più controlli e più attenzione non vuol dire necessariamente più sicurezza.

Qui può intervenire la Blockchain che, nella sua essenza, globalizza la fiducia, può cioè garantire l’affidabilità del “registro” senza bisogno di un intermediario che se ne faccia garante. Ogni transazione registrata sulla Blockchain attesta, in modo intrinseco, l’immodificabilità e l’irripudiabilità della transazione stessa: garantisce cioè che quanto scritto sul registro sia mantenuto per sempre senza essere modificato.

Ma come funziona questo meccanismo?  In modo molto semplice: all’interno della transazione registrata sulla Blockchain viene inserito un identificativo univoco, detto hash value. Questo identificativo, ottenuto con un procedimento crittografico, caratterizza in modo univoco e inequivocabile un certo insieme di dati (file pdf, word, database ecc.), rappresentandone l’unica e incontrovertibile “impronta digitale”. Basterebbe modificare un bit del documento originale e, applicando il medesimo procedimento crittografico, si otterrebbe un hash value completamente diverso. L’immutabilità e la marcatura temporale della transazione vengono così trasferite anche all’impronta digitale, rendendo possibile, in ogni successivo momento, provare che proprio quell’insieme di bit esisteva esattamente in quello stato al momento della marcatura temporale.

Anche nel trattare questo particolare caso d’uso della Blockchain, abbiamo l’obbligo di prendere posizione sulla diatriba Blockchain pubbliche o private. Dal punto di vista tecnologico e informatico, una Blockchain è un DLT (Distributed Ledger Technology), cioè un data base distribuito, che utilizza la crittografia come forma di sicurezza e una struttura sequenziale per registrare i dati. In termini di sicurezza, la differenza la fanno il numero degli attori che, all’interno della rete, possono prendere decisioni, insieme al tipo di “consenso” necessario per registrare le transazioni. Una Blockchain “permissioned” (privata), che preveda solamente uno o più attori abilitati a validare le transazioni, riproporrebbe lo stesso problema di erosione della fiducia tipico degli intermediari. Viceversa una Blockchain “permissionless” (pubblica), nella quale chiunque può validare le transazioni, scalerebbe la fiducia del sistema in modo proporzionale al numero degli attori coinvolti. Più alto sarà il numero di nodi che deve raggiungere il consenso per registrare una transazione, maggiore sarà la sicurezza del registro nel suo insieme. Ha senso quindi parlare di notarizzazione, a nostro parere, solo se ci si riferisce alle Blockchain “pubbliche” o permissionless.

Nonostante il quadro regolamentare sia ancora poco definito, l’utilizzo di Blockchain pubbliche a scopo di “notarizzazione” non appare in contrasto con direttive o indicazioni sin qui emesse. Bankitalia in più occasioni si è dimostrata attenta e interessata ad approfondire questo particolare utilizzo della Blockchain. Esiste certamente il tema di come trattare, contabilmente e fiscalmente, il bitcoin (o altro token digitale), che l’Azienda deve detenere per registrare le transazioni, ma appare superabile considerandolo, a questi fini, un asset di tipo informatico / tecnologico.

Quali sono infine i possibili ambiti di sviluppo? Tutti quei casi nei quali sia necessario “notarizzare” un documento digitale per comprovarne l’originalità e l’esistenza ad una certa data. Tutti i casi in cui sia necessario registrare in modo irripudiabile e immodificabile una transazione avvenuta, un cambio di stato, un evento fra due controparti. Tutti quegli ambiti nei quali si avverta l’esigenza di “rendere scalabile la fiducia”, spostandola da un intermediario alla rete.

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