mano che stinge la natura

Climate Change, le direttive di Banca d’Italia

I rischi climatici e più in generale i rischi di sostenibilità sono a parere di molti una delle sfide più importanti che l’umanità deve affrontare con uno sguardo al futuro”. Così Luigi Federico Signorini, vicedirettore generale della Banca d’Italia, ha esordito nel suo speech d’apertura all’incontro “Rischi climatici e regolamentazione prudenziale” voluto dalla stessa Autorità. Nel più ampio panorama dell’emergenza climatica mondiale, Banca d’Italia pone in essere una questione centrale, se non fondamentale, in un paese in cui il rischio climatico è conclamato. Come abbiamo già scritto nel nostro precedente articolo, l’Italia detiene uno dei rischi più alti per quanto riguarda l’esondazione dei fiumi. Questo comporta gravi problemi per tutta la nazione: sia per il – temuto – costo in vite, ma anche per il rischio legato agli investimenti che, in un paese definito “in pericolo”, potrebbero iniziare a diminuire. Distruggendo così moltissime aziende tricolori.

I fattori ESG

Il tema è senza dubbio scottante. L’Unione europea già da tempo cerca di porre l’attenzione sui rischi della stabilità finanziaria legati al cambiamento climatico, anche relativamente ai fattori ambientali, sociali e di governance, i cosiddetti ESGenviromental, social & governance -.  È giusto ricordare che un primo impulso direzionale su questi temi venne direttamente dal Financial Stability Board, contenente alcune indicazioni in merito, tra le prime ad essere diramate e rese attuali. Un passo importante da compiere è sicuramente la definizione dei rischi stessi, slegati temporalmente e ben diversi tra loro. I principali sono due:

  • rischi fisici, legati appunto ai danni reali apportati a persone, infrastrutture, e al territorio più in generale. Questi sono i primi rischi che impattano direttamente e in maniera violenta. Dalle analisi svolte da Banca d’Italia – ad esempio – emerge che nel nostro paese oltre il 20 per cento dei prestiti al settore produttivo viene erogato a residenti in aree a elevato rischio di alluvione. Un dato tutt’altro che rassicurante;
  • rischi di transizione, ossia quelli legati alla mitigazione diretta degli impatti ambientali – riduzione di emissioni gas serra, energie rinnovabili ecc. – correlati al settore energetico, all’agricoltura, all’industria. Sono strettamente legati alle politiche climatiche espresse dallo Stato, e il loro successo dipenderà ovviamente dal giusto timing nell’affrontare gli impatti diretti di questi cataclismi climatici.
Azione e reazione

L’ammontare degli investimenti necessari alla transizione verso un’economia a basse emissioni – continua Signorini – è stimato per i prossimi decenni tra i 175 e i 290 miliardi di euro l’anno nella sola Unione europea; 900 miliardi di dollari l’anno in tutto il mondo”. Le cifre snocciolate dal Vicedirettore sono chiare: più investimenti, più attenzione al tema, anche a livello mondiale. L’idea generale è quella di produrre un action plan condiviso tra Stati, articolato su due principali proposte:

  • la prima riguarderà l’introduzione di metodologie armonizzate per la costruzione di benchmark europei low-carbon, così da favorire gli investimenti in energie rinnovabili;
  • la seconda, invece, darà disposizioni in merito alla trasparenza sulla sostenibilità dei prodotti e delle politiche di investimento di banche e investitori istituzionali.

Inoltre, altri due punti importanti sono in elaborazione: un sistema di indicatori armonizzati che consenta agli investitori di identificare attività sostenibili dal punto di vista climatico e ambientale, nonché la ricerca di modi più opportuni per incorporare i rischi climatici nelle politiche di gestione del rischio da parte degli intermediari, così come nelle valutazioni prudenziali.

Nuove regole, nuovi obiettivi

Gli intermediari saranno chiamati a predisporre sistemi di governance, organizzativi e di controlli interni adeguati, nonché a sviluppare analisi opportune, anche in un orizzonte di lungo termine, per determinare l’impatto dei rischi di origine climatica e ambientale sui propri portafogli e sulle proprie strategie di business”. Anche qui molto chiara la posizione di Banca d’Italia in merito: essa include all’interno delle proprie indicazioni anche l’obbligo della diffusione delle informazioni – Pillar 3 – sui rischi climatici e, più in generale, sui rischi legati proprio ai fattori ESG. Un primo modello di misure legislative in tal senso – ad esempio – è contenuto nel nuovo schema regolamentare prudenziale per banche – Regolamento UE 2019/876 aka CRR2 – e imprese di investimento – Investment Firms Regulation, di prossima emanazione -.

Il ruolo dell’EBA

Un importante ruolo è stato attribuito alle Autorità di Vigilanza Europee, in particolare all’Autorità Bancaria Europea – EBA -. A quest’ultima è stato infatti chiesto di proporre un framework uniforme per la definizione e la valutazione quali/quantitativa dei rischi derivanti dai fattori ESG e per la loro integrazione nel processo di revisione prudenziale degli intermediari – incluso il processo di stress test -. Inoltre, all’EBA viene richiesto di valutare, consultato l’ESRB, se sia giustificato definire un trattamento prudenziale ad hoc, meno severo, per le esposizioni associate in modo sostanziale al raggiungimento di obiettivi ambientali e/o sociali.

Il Network for Greening the Finance System

Una novità interessante riguarda l’ingresso di Banca d’Italia nel Network for Greening the Finance System, un forum di collaborazione aperto a tutte le Banche Centrali e alle Autorità di Vigilanza del mondo. L’NGFS è sorto per sviluppare scenari economici, indicatori di rischio e linee guida che potranno essere utilizzati nell’ambito di prove di stress, per definire metodologie e best practices da applicare. Inoltre, esso integra i rischi ambientali e climatici nell’attività di vigilanza micro e macro-prudenziale, raccogliendo evidenze sull’esistenza di eventuali differenziali di rischio. Non è solo l’EBA ad aver preso parte al Network: anche il Comitato di Basilea sta ponendo attenzione al tema partecipando – al momento – in veste di osservatore.

Un periodo di transizione

Non ho bisogno di richiamare gli innumerevoli studi prodotti dalle organizzazioni internazionali, l’evidenza scientifica, gli impegni solennemente assunti in materia al riguardo. Sono temi vasti, che hanno profonde implicazioni per le scelte politiche e sociali in ogni paese; sui quali vi sono dibattiti anche accesi. [] Siamo ancora in una fase in cui molte sono le domande, poche le risposte. Queste ultime avranno bisogno di analisi complesse e multidisciplinari. Il tema sollecita la partecipazione attiva delle autorità, delle imprese finanziarie, della comunità scientifica. Interventi anche nella regolamentazione finanziaria sono all’ordine del giorno, e vi resteranno nel prossimo futuro: servono solide basi di riflessione per agire in modo ragionato, equilibrato ed efficace”.

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