Antonello Soro

Tutela della privacy ed evasione fiscale: le parole di Antonello Soro

Il Garante non ci sta

La lotta all’evasione fiscale è, in Italia, al centro di numerosi dibattiti. Con i dati Istat per il 2019 tutt’altro che rassicuranti – parliamo di un mercato sommerso dal valore di circa 100 mld di euro, ossia il 12% del PIL italiano – l’idea generale che è andata diffondendosi è stata quella di indicare il Garante della Privacy come unica autorità competente preposta a combattere questo tipo di illeciti. Questo ha provocato diversi inghippi, che hanno visto scaricare sul Garante fondamentalmente tutta la colpa di questi dati poco incoraggianti, oltre che aver dato il via ad una serie di fake news diffusesi a macchia d’olio nella corsa allo scaricabarile. Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali però non ci sta e parla di “Una gigantesca mistificazione, una balla colossale” che ha fatto dell’Autorità il capro espiatorio di turno. “Autorevolissimi esponenti del mondo economico, ex ministri, dirigenti della Banca d’Italia, magistrati: tutti disinformati e tutti a raccontare questa storia che oggi l’agenzia delle Entrate non è in grado di svolgere la funzione di elaborazione dei dati, di analisi dei profili di rischio perché il Garante o la privacy lo impediscono”. Un duro affondo che getta le basi per una riflessione un po’ più ampia.

Il nodo: l’articolo 86

Lo scontro si fonda principalmente su un nodo fondamentale, ossia l’articolo 86 del disegno di legge di bilancio. L’articolo 86, per contrastare l’evasione fiscale, concederà all’Anagrafe tributaria e alla Guardia di finanza di ricorrere all’archivio dei rapporti finanziari. Lo stesso che racchiude centinaia di milioni di dati riferiti a conti correnti e altri rapporti. L’idea base per scovare i furbetti è quella di mettere a disposizione delle autorità fiscali più banche dati da incrociare tra loro, in modo tale da poter individuare quei cittadini che evadono le tasse. Questo, se da una parte si coniuga in una maggiore capillarità dei controlli, dall’altra solleva forti perplessità in quanto deteriorante la privacy dei singoli cittadini. “Al riguardo” chiosa Soro, “il Garante ha fornito solo indicazioni per mettere in sicurezza le informazioni, per evitare databreach: questo è stato il nostro ruolo in questi anni. E anche il richiamo che la norma fa alla pseudonimizzazione dei dati – non risolutiva perché, per il grado di dettaglio di banche dati così grandi, reidentificare è molto facile – è un problema che non abbiamo mai posto. Tutti i dati che l’Agenzia delle Entrate possiede – spese scolastiche, mutui, assicurazioni, interventi edilizi, collaboratori domestici, locazioni, utenze, spese per i viaggi, mezzi di trasporto, conti correnti – possono essere già analizzati e incrociati. Non c’è mai stata alcuna obiezione da parte del Garante.

Un vizio di forma

Uno dei nodi indicati da Soro sta nel gap fra identificazione dei morosi e inizio della procedura di accertamento: “Ammettiamo che l’Anagrafe tributaria sia bravissima ad analizzare ed elaborare i dati. Una volta, però, individuato un potenziale evasore, si deve informarlo e iniziare una procedura di accertamento e un contraddittorio. Attività che richiedono risorse di personale che forse il Fisco non ha. D’altra parte, se di fronte a 4,7 milioni di dichiarazioni Iva sono stati avviati negli anni scorsi poco più di 160 mila accertamenti, c’è da pensare che qualcosa non quadri”. La posizione del Presidente è netta. Il fatto che il direttore dell’Agenzia delle Entrate non abbia né smentito né condannato l’accaduto altro non fa che gettare benzina sul fuoco. “Mettiamo, per ipotesi, – continua – che quando due anni fa si è verificato il data breach della Sogei, gli autori di quell’intervento esterno avessero manipolato i miei dati: secondo l’articolo 86 potrebbe essermi negato il diritto di dire che quelle informazioni sono state modificate e risultano inesatte”. L’empasse legislativo qui risulta più evidente che mai.

Una lotta condivisa

Dati aggiornati e completi dovrebbero essere un’arma a vantaggio di tutto il sistema fiscale. Con sistemi integrati aggiornati e condivisi, in teoria l’effort verso tali attività dovrebbe risultare meno incisivo. Verosimilmente, però, qualora toccasse al Fisco stare dietro alle richieste di privacy dei contribuenti, il resto dell’attività rallenterebbe di conseguenza. “Ci dicano il direttore delle Entrate o il ministro dell’Economia – afferma il Direttorequanti sono i cittadini che, attraverso l’esercizio del loro diritto alla tutela dei dati, hanno bloccato la macchina fiscale. Non abbiamo cifre in tal senso. È un’ipotesi poco credibile. E comunque non dimentichiamo che un cittadino che, per esempio, chiede di rettificare un’informazione, consente all’Anagrafe tributaria di avere a disposizione dati aggiornati e, pertanto, più efficaci per la lotta all’evasione. C’è poi un altro aspetto: il diritto dei contribuenti a interloquire con l’amministrazione finanziaria rimane, perché lo prevede lo statuto del contribuente. Anche sotto questo aspetto, la norma si rivela inutile”. In generale, conclude Soro, “[…] Si deve smettere di indicare l’attività del Garante della privacy come un freno alla lotta all’evasione. Se uno mi dimostra che il codice della privacy è un impedimento, ci confronteremo. Ma ad oggi non ha mai fatto nessuno”.

Da una parte, il diritto alla tutela dei dati; dall’altra, la lotta all’evasione. Un diritto inviolabile contro un obiettivo di “rilevante interesse pubblico”. Un braccio di ferro su un ring delimitato da norme fumose e intrecciate che necessita di trovare il giusto bilanciamento. Una volta per tutte.