Enviromental tree

Investimenti sostenibili, le linee guida AIFI

Princìpi incontestabili

Investimenti sostenibili e responsabili. Rischi ambientali. Green bonds. Benchmark di sostenibilità. Sono queste le tematiche che, partendo dai Principles for Responsable Investment – PRI – redatti dalle Nazioni Unite nell’ormai lontano 2006, colpiscono e preoccupano i più disparati campi dell’economia mondiale. Moltissime associazioni  – volendone citare una nostrana, l’ABI – si sono già adeguate a queste necessità. Le regolamentazioni riguardanti i così detti fattori ESGenvironmental, social and governance – continuano a susseguirsi in tutta l’Europa, e non solo. In questo contento, un’altra importante realtà economica ha delineato delle linee guida per il rispetto di questi canoni, andando ad aggiungersi a coloro che, nella lotta al cambiamento climatico, non vede un nemico, ma un’occasione. Una possibilità di indirizzare realmente le politiche economiche mondiali verso una modello di operatività totalmente sostenibile: ormai, le parole sono passate in secondo luogo. Per molti, è tempo d’azione.

AIFI guarda in avanti

È così che la pensa l’AIFIAssociazione italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt – che ha recentemente pubblicato le sue linee guida per dare a tutti gli investitori un punto di riferimento dal quale partire. Già da qualche tempo, precisamente dalla sottoscrizione della “Carta dell’investimento sostenibile e responsabile della finanza italiana” promossa da FeBAF – Federazione delle Banche Assicurazioni e Finanza -, l’associazione è impegnata a diffondere una cultura sostenibile tra i propri associati e all’interno della financial community. Con queste linee guida, AIFI non intende costruire uno standard di riferimento, quanto tratteggiare un perimetro all’interno del quale gli operatori potranno definire il proprio sistema di gestione delle tematiche ESG. I livelli su cui focalizzare l’attenzione saranno tre: una prima fase di investimento, una seconda di monitoraggio e reporting e l’ultima così detta di exit. Attraverso una gestione coerente delle tre fasi, le società potranno acquisire e rafforzare la loro posizione relativamente a questi aspetti, nell’ottica di essere compliant con tutte le normative ESG che si susseguiranno.

Fase 1, Investimento

Nella fase di investimento viene effettuato uno screening della società dopo aver accertato che il settore della possibile società target stessa non sia escluso dal Regolamento del fondo. In questa prima fase, sarà fondamentale espletare o far espletare da operatori specializzati una due diligence ESG che miri a diversi punti quali:

  1. Comprendere il contesto operativo e identificare i fattori di rischio ESG.
  2. Individuare le problematiche ESG specifiche, che possono derivare da tantissimi fattori differenti.
  3. Analizzare e individuare quali politiche ESG siano già attuate e in che maniera.
  4. Organizzare una ESG review che non valuti solo rischi ed opportunità, ma anche le capacità della stessa di applicare le tematiche individuate.
  5. Proporre un action plan che individui gli obbiettivi ESG, determinando gli obbiettivi realmente raggiungibili.
  6. Predisporre all’interno di un investment memorandum una sezione dedicata ai risultati emersi dall’analisi degli aspetti ESG.

Una gestione meticolosa dell’analisi degli adempimenti previsti dalla normativa di riferimento è la base per un corretto approccio ai fattori ESG. L’AIFI trova importante ricordare, infine, che lo spirito della gestione ESG è quello di best practice e non quello di mera compliance.

Fase 2, Monitoraggio

Il monitoraggio è la fase centrale, in quanto consiste nella raccolta degli input necessari ai fini della valutazione delle performances di sostenibilità. È la fase più delicata, che conta tre differenti step da compiere.

Il primo consiste nell’individuare alcuni indicatori chiave – Key Perfomance Indicator – KPIs – più rappresentativi della società target, usando degli indicatori ben precisi – gli ESG, appunto – sui quali costruire un processo di monitoraggio periodico.

Il secondo trova luogo nella raccolta e rielaborazione dei dati delle partecipate al fine di:

  • Misurare l’andamento delle perfomance di tali indicatori.
  • Identificare eventuali anomalie.
  • Valutare gli obbiettivi pianificati e rafforzare le best practices delle aziende in oggetto.
  • Creare una maggiore brand awarness per migliorare la reputazione aziendale.

Il terzo consiste nella rielaborazione dei dati in una reportistica aggregata a livello di fondo.

Fase 3: integrazione delle tematiche ESG in fase di exit

Durante il periodo finale, il gestore potrà infine mettere a fuoco come i rilevanti fattori ESG siano stati gestiti, dando evidenza all’acquirente delle azioni finora intraprese. In questa fase, può essere consigliabile valutare l’adesione ai criteri ESG da parte dei potenziali acquirenti, al fine di garantire la continuità nella gestione degli aspetti ambientali. Attraverso la piena realizzazione di questi tre step, le aziende avranno uno strumento valido per rapportarsi positivamente agli adempimenti climatici, prendendo questo cambiamento come un’opportunità anziché uno scoglio da dover superare.